Drago Jančar a Incroci di civiltà

On 10 marzo 2017 by comunicarte_edizioni

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Sabato 1 aprile alle ore 14.00 all’Auditorium S. Margherita Ca’ Foscari a Venezia, nell’ambito della decima edizione di Incroci di Civiltà, ci sarà l’incontro con Drago Jančar, autore del fortunato Stanotte l’ho vista che abbiamo pubblicato nel 2015 e che nel 2016 è valso allo scrittore il Premio Internazionale Ignazio Silone.
Converserà con l’autore Veronika Brecelj, traduttrice del romanzo.

La copertina di "Stanotte l'ho vista" di Drago Jančar, Comunicarte Edizioni 2015

La copertina di “Stanotte l’ho vista” di Drago Jančar, Comunicarte Edizioni 2015

Su Stanotte l’ho vista, Goffredo Fofi ha scritto:

Jančar (sloveno, vicino ai settant’anni, certo lo scrittore più importante di un paese nostro confinante) è stato messo in galera dal regime comunista e conosce a fondo la storia del suo paese e l’intrico delle guerre che hanno devastato quella parte di Europa. Scrive romanzi densi e forti (L’allievo di Joyce, Aurora boreale) che danno conto della difficoltà di capire e giudicare, in una storia i cui grandi crimini hanno il segno delle scuse ideologiche e in cui il caso ha la sua parte.

Scrive come i grandi romanzieri di un tempo, diciamo tra Zweig e Marai (…) Stanotte l’ho vista è diviso in cinque testimonianze che portano luce su un personaggio singolare di donna autonoma e appassionata, Veronica, e sulla sua tragica fine. La raccontano il suo amante (finito in un campo di concentramento per prigionieri di guerra, 1945), la madre che ne ignora la sorte, un medico delle truppe tedesche accolto nella villa in cui Veronica vive col marito ricco e borghese, una governante e infine un partigiano, da lei affascinanto ma che è l’artefice di fatto della sua morte – con le sue incertezze e le sue giustificazioni.

Il senso è chiaro, la guerra è fatta da esseri normali cioè quasi sempre meschini, e non può perdonare collocazioni che non siano nette. Veronica, una borghese che pensa e vive libera dai pregiudizi sociali ed estranea agli schieramenti della guerra, non può che finire male. La storia è fatta di urlo e furore, e di cocenti contraddizioni, e ‘le persone non apprezzano chi ha voluto soltanto vivere. Chi ha amato altre persone, la natura, gli animali, il mondo e si sentiva bene con tutti. È troppo poco per il nostro tempo’».

 

 

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